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Da cosa si riconosce il populismo.
Ipotesi semiopolitiche

Franciscu Sedda
Università di Cagliari
Paolo Demuru
Universidade Paulista

publié en ligne le 31 janvier 2018

Plan

Texte intégral

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Introduzione

1 :
 Emblematico in proposito il titolo del recente libro di Marco Revelli, Populismo 2.0 (Torino, Einaudi, 2008).

Che cosa hanno in comune l’elezione di Donald Trump e i consensi ottenuti da Bernie Sanders negli USA, l’impeachment di Dilma Rousseff e l’assunzione, da parte di Michel Temer, della presidenza del Brasile, l’ascesa di Marine Le Pen in Francia, quella del Movimento Cinque Stelle e della Lega di Matteo Salvini in Italia, quella di Podemos in Spagna, la Brexit e le varie “primavere” (arabe, europee, americane) succedutesi negli anni 10 di questo nuovo secolo ? Una cosa di certo : si tratta di fenomeni solitamente intesi ed etichettati da giornalisti, intellettuali e politici come nuovi casi di “populismo”1, termine ombrello che, al di là di un generico riferimento all’idea di “popolo”, spiega poco cosa di fatto si cela dietro ognuno di essi e che cosa li lega uno all’altro.

2 :
 Le più recenti introduzioni al populismo, siano esse di taglio sociologico o politologico, tendono anch’esse a evitare definizioni (...)

Non è certo nostra intenzione fornire una definizione chiara e coesa di populismo2. Meglio : non ci interessa fornire definizione alcuna — dire che cosa è e cosa non è populismo, chi e chi non è populista. Molto più umilmente, ciò che proponiamo è un’indagine preliminare ed esploratoria su alcuni tratti e alcune dinamiche di fondo che distinguono, a nostro avviso, sotto il profilo semiotico, il “nuovo populismo” di cui oggi tanto si parla. Quel che ci siamo chiesti, non è insomma “che cosa è il populismo ?”, ma — prendendo sul serio il senso comune e socialmente condiviso del termine e muovendo da esso la nostra riflessione — “da che cosa si riconosce o si può riconoscere il populismo ?”. Detto altrimenti, la questione di fondo che guida il nostro ragionamento non è relativa al “cosa”, ma al “come” : come si dà il populismo ? Come emerge e come si struttura semioticamente ?

Cinque sono i tratti distintivi che abbiamo individuato e su cui abbiamo concentrato la nostra analisi : vaghezza, implosione, corpi, estesia, negatività. Altri tratti, più dibattuti nella letteratura contemporanea o in via di definizione nelle nostre riflessioni sono stati volutamente (e momentaneamente) lasciati da parte : pensiamo alla così detta disintermediazione, ovvero la costruzione di simulacri di contatto diretto fra capo e popolo ; la smediatizzazione, ovvero il costituirsi di un’azione politica che usa i media senza apparire mediale ; l’orientamento temporale-aspettuale, che potrebbe aiutarci a distinguere diversi tipi “ideologici” di populismo, ecc. Tuttavia, come si vedrà, tracce di questi ulteriori tratti si trovano disperse, evocate, abbozzate nelle vociqui discusse. Senza svelare troppo e rimandando il lettore alle pagine seguenti per una discussione aprofondita su cosa intendiamo per vaghezza, implosione, corpi, estesia, negatività, ci limitiamo ora a qualche considerazione di carattere generale e introduttorio.

3 :
 Cf. P. Demuru e P. Albertini, “La politica come semiosfera e la costruzione in campo delle identità : il caso del Partito (...)

La prima è che si tratta di concetti elaborati (o meglio, che stiamo elaborando) a partire da alcuni studi di caso precedentemente compiuti da ognuno di noi sulla comunicazione e sul discorso politico in Italia e in Brasile3, che abbiamo qui provato a completare e consolidare attraverso riferimenti puntuali e precisi ad altri scenari socio-politici nazionali (Stati Uniti, Europa, Medio Oriente).

4 :
 Cf. E. Landowski, Rischiare nelle interazioni (2005), tr. it. M.C. Addis, Milano, FrancoAngeli, 2010.  
5 :
 Cf. E. Laclau, On populist reason, London, Verso, 2005.

La seconda è che, in dialogo l’uno con l’altro, i cinque tratti cercano di rendere conto, al contempo, della semantica e della sintassi degli attuali movimenti, ondate, fenomeni (qualsiasi sia il nome che gli si attribuisce) populisti. In altri termini, ciò che ci preme discutere non sono soltanto i sistemi di valori su cui si regge il populismo contemporaneo, ma anche, parallelamente, i processi di significazione da cui esso emerge, su cui si fonda e a cui dà luogo, i suoi percorsi e le sue dinamiche evolutive, i regimi di senso e interazione che attraversa e da cui è attraversato4. Come vedremo, da questo punto di vista il populismo non è soltanto, come sottolineato da alcuni illustri studiosi5, un discorso vago e che produce vaghezza, ma anche un momento più o meno “implosivo”, che, a partire dal contatto e dal contagio estesico tra corpi, linguaggi e sfere discorsive, rompe le gerarchie di senso sedimentate in una data epoca e in una data sfera socioculturale e di cui non si può dire inizialmente cosa seguirà.

La terza è che si tratta di una lista embrionale, aperta e, come già detto, in fase di costruzione, che, lungi dal ritenersi conclusa, potrà e dovrà essere in seguito ampliata, limata, rivista. Tuttavia, seppur incompiuta, ci pare che questa prima serie di tratti, oltre a gettare le basi per la riflessione futura in campo semiotico, apra, cercando di completarne e svilupparne i ragionamenti, al dialogo e al confronto con altri approcci disciplinari.

6 :
 Cf. E. Landowski, “O Olhar comprometido”, Galáxia, 2, 2001. G. Marrone, Corpi Sociali, Torino, Einaudi, 2001. F. Sedda, Tradurre la (...)
7 :
 E. Laclau, op. cit., p. xi.  

La quarta è che il populismo non è qui considerato come una prerogativa unica della politica o del discorso politico stricto sensu (quello dei politici di professione, per capirci). Al contrario, esso è qui assunto come caratteristica del politico in senso lato, o meglio, del politico inteso in senso semiotico, come, ossia, un universo più o meno strutturato di relazioni e (op)posizioni che esprimono e traducono relazioni e (op)posizioni sociali più complesse, sedimentatisi a partire dall’interazione tra sfere discorsive di natura diversa (i media, lo sport, l’economia, le arti, ecc.) — relazioni che offrono alla collettività un quadro di coordinate intelligibili e sensibili attraverso cui costruirsi, sentirsi e riconoscersi in quanto soggetto storico e storicamente situato, come, insomma, un vero e proprio “corpo sociale”6. Sotto questa prospettiva condividiamo e ribadiamo pertanto la posizione di Laclau : il populismo non è un “fatto” della politica, ma una “logica”, una “maniera”, un modo di destrutturare e ristrutturare relazioni socioculturali preesistenti — incluse quelle della politica tradizionalmente intesa —, suscettibile di attraversare una molteplicità variegata di semiosfere. Non un fenomeno “politico”, ma una forma, tra le altre, “di costruire il politico”7.

Vaghezza

A distinguere anzitutto il discorso populista è una vaghezza semantica di fondo, il costante dislocarsi entro una nebulosa di significato che costituisce, in chiave semiopolitica, il campo d’azione e l’orizzonte strategico dei soggetti che ne fanno uso, siano essi individuali o collettivi, politici di professione o outsider, giornalisti, giornali, reti televisive o grandi gruppi mediatici. Uno sguardo più approfondito sugli eventi che hanno condotto, nel corso degli ultimi anni, all’impeachment di Dilma Rousseff e all’assunzione, da parte di Michel Temer, dell’incarico di Presidente della Repubblica Brasiliana ci aiuterà a comprendere meglio con cosa abbiamo a che fare.

Facciamo un passo indietro e torniamo al giugno del 2013. All’inizio del mese, a San Paolo, il Movimento Passe Livre (MPL) — che dal 2005 si batte per la costituzione di un servizio di trasporto pubblico gratuito e di qualità — indice una serie di manifestazioni contro l’aumento del biglietto dell’autobus e della metropolitana, passato in quei giorni da 3,00 a 3,20 reais. Su Twitter e Facebook si pubblicizzano gli eventi attraverso le hashtag #TrêsReaisÉroubo (tre reais è un furto), #PorUmaVidaSemCatraca (per una vita senza tornelli) #SeAtarifaNãoBaixarAcidade VaiParar (se il prezzo non scende fermeremo la città).

Le proteste vengono violentemente represse dalla Polizia Militare. Sia la Rede Globo — la più nota e influente emittente televisiva basiliana — che i principali quotidiani nazionali, Folha de São Paulo, Globo, Estado de São Paulo, attaccano i manifestanti, definendoli barbari e vandali. Alcuni, come il noto opinionista Arnaldo Jabor, della stessa Globo, li descrivono come “ragazzi di classi media, caricature della caricatura del socialismo degli anni 50”, che non hanno ragione alcuna di protestare per un aumento di 20 centesimi.

Il 13 giugno accade qualcosa di importante. Durante l’ennesima manifestazione, la repressione si fa ancora più violenta. I poliziotti sparano pallottole di gomma contro la folla, ferendo gravemente alcuni giornalisti. Con la gente ancora per le strade, iniziano a spuntare sui social network nuove parole d’ordine. C’è chi scrive che le proteste non sono più contro l’aumento del biglietto, ma per “la libertà di manifestare per qualsiasi causa” ; chi dice invece che tutto si è fatto ora molto più grande della “tarifa” e chi, infine, lancia l’hashtag #NãoÉpelosVinteCentavos (non è per i venti centesimi), il cui eco è sconfinato repentinamente oltre i confini nazionali.

Una nuova manifestazione è indetta per il 17 giugno. Questa volta, però, le hashtags che circolano su Twitter e Facebook sono altre. Oltre alla già citata #NãoÉpelosVinteCentavos si alternano, una dietro l’altra, #OgiganteAcordou(il gigante si è svegliato) #VerásQueUmFilhoTeu NãoFogeÀLuta (vedrai come un tuo figlio non si sottrarrà alla lotta – verso dell’inno nazionale), #AcordaBrasil (svegliati Brasile), #changebrazil. Una sorta di rabbia imprecisa con sfumature nazionaliste si fa largo tra i profili dei social network.

Il corteo è un successo di partecipazione. Migliaia di persone occupano le più importanti arterie della città. Sulla facciata dell’edificio della Confindustria locale (la FIESP), situato al centro dell’Avenida Paulista, via emblematica della metropoli, viene proiettata per la prima volta una bandiera del Brasile. Altri protestano a Rio de Janeiro, Salvador, Porto Alegre e Brasilia.

Il giorno successivo, la Folha de São Paulo titola : “Milhares vão às ruas contra tudo” (“In migliaia scendono in piazza contro tutto”). In diretta sulla Globo, Arnaldo Jabor, lo stesso che aveva inizialmente attaccato il MPL, dice di essersi sbagliato, di aver scambiato ingenuamente i manifestanti per un bando di giovani irresponsabili mossi da un “anarchismo inutile”, quando si trattava invece di una forza politica originale, la cui novità risiede esattamente “nel fatto che non possiede una linea e un obiettivo definito a priori”.

Sull’onda dell’editoriale di Jabor e della Folha de São Paulo, i vecchi media invertono prospettiva : approfittando dell’indeterminatezza semantica generatasi sui social network, iniziano a promuovere l’idea che il Brasile sia un paese completamente allo sbando, cavalcando il malcontento e indicando come tale situazione critica sia dovuta al malgoverno di Dilma Roussef e del Partito dei Lavoratori (PT).

Nei giorni seguenti le proteste continuano e si intrecciano con la Confederations Cup. Nella partita inaugurale tra Brasile e Messico vengono inquadrati tifosi che tengono in mano cartelli con su scritto : “queste proteste non sono contro la nazionale (seleção), ma contro la corruzione (corrupção)”. Il 20 giugno la Globo interrompe addirittura la telenovela delle 9 per mostrare il corteo che sfila per le vie di San Paolo, inquadrando persone avvolte nella bandiera nazionale e striscioni come “Ospedali Modello Fifa”, “Più Salute”, “Più Educazione”, “Contro la Pec 37” (proposta di riforma costituzionale che limitava la verifica delle infrazioni penali alla polizia federale e a quella civile dei singoli stati). Tutto si fa sempre più oscuro e indeterminato. Il senso di rivendicazioni precise di soggetti come il MPL o del Comité Popular da Copa, che denuncia gli sfratti e le rimozioni dovute alle opere per i grandi eventi sportivi, si perde in slogan e parole d’ordine sempre più generiche.

Nei mesi e negli anni successivi, in particolare a seguito della sconfitta della nazionale brasilianaper 7-1 contro la Germania nella semifinale dei mondiali del 2014 e alla rielezione, nell’ottobre dello stesso anno, di Rousseff alla presidenza della Repubblica, la bandiera del Brasile continua a riversarsi, al fianco delle maglie di Neymar Jr. e di altri giocatori della seleção, per le strade, gli stadi e gli schermi del paese, divenendo l’emblema di alcuni nuovi movimenti politici, tra cui spicca il Movimento Brasil Livre (MBL), nato sull’onda delle proteste di giugno del 2013 organizzate dal MPL, il quale, non a caso, ne rievoca il nome. Ad esso si devono le principali manifestazioni di piazza e i principali panelaços — proteste a suon di pentole e padelle — contro Dilma e l’ex-presidente Luiz Inacio Lula da Silva protrattisi lungo il 2015 e la prima metà del 2016, marcati anch’essi da slogan ambigui “contro il governo” e in favore di “un Brasile migliore”.

Non solo. Verde-oro e slogan indefiniti riemergono con costanza anche sulla carta stampata, in televisione e sulla rete. Si pensi in proposito alle serie di manifesti pubblicitari divulgati della celebre Revista Veja due giorni prima dell’approvazione, da parte della Camera dei deputati, nell’aprile del 2016, del processo di impeachment di Rousseff, destituita definitivamente dall’incarico nell’agosto successivo, in cui su uno sfondo giallo si stagliavano, in verde e nero, frasi tali quali “Siamo tutti brasiliani” e “Veja vede un lato soltanto : il lato del Brasile”. Una strategia volta ad assegnare in via esclusiva lo statuto di “brasilianità” agli oppositori del governo, o meglio, a ridurre il dibattito politico a una partita di calcio tra brasiliani — il popolo brasiliano tout court — e non brasiliani, i “rossi” sostenitori di Dilma, Lula e del PT.

Possiamo ora fermarci e iniziare a tirare un po’ di somme. La successione degli eventi sopra ricostruita mostra infatti alcune dinamiche di carattere generale che gettano luce sul come e sul perché, non solo in Brasile, il populismo odierno genera e sviluppa vaghezza, trasformando l’indeterminazione in una vera e propria strategia discorsiva. Cerchiamo di scoprire quali.

In primo luogo, ciò che emerge dalla trama di episodi e narrazioni politico-mediatiche descritte è l’affiorare e il consolidarsi di un orizzonte semantico retto da una serie di relazioni paradigmatiche di tipo “e….e”, in cui tutto pare poter convivere con tutto : le proteste locali a San Paolo, Rio e altre città contro l’aumento della tariffa del trasporto pubblico e quelle globali contro la corruzione del governo federale di Rousseff, quelle contro la Fifa e quelle contro la proposta di riforma costituzionale n. 37. In un modo o nell’altro, tutto pare fare sistema, tutto, a un qualche livello (vedremo a momenti quali) sembra tenersi. Si pensi, per restare ancora in Brasile, al posizionamento del MBL, il quale, pur difendendo l’istituzione di uno “stato minimo liberale”, si è schierato recentemente a favore di interventi restrittivi delle libertà politiche, etiche e religiose : contro l’aborto, contro i movimenti LGBT, per la “Scuola senza partito” (proposta di legge che mira a eliminare presunte influenze comuniste nelle scuole pubbliche federali, statali e municipali).

8 :
 Cf. C. Paolucci, “Modelli di analisi non testuale di una semiotica interpretativa delle culture. Il caso del Partito Democratico, (...)
9 :
 http://www.treccani.it/vocabolario/maanchismo_%28Neologismi%29/
10 :
 http://www.rtl.fr/actu/politique/emmanuel-macron-c-est-monsieur-et-en-meme-temps-analyse-alba-ventu ra-7787503729
11 :
 https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2015/03/09/la-ridicola-appropriazione-indebita-di-gramsci-don-milani-montessori
12 :
(...)

Caso esemplare di questa convivenza caotica di cause e valori, già discusso in ambito semiotico8 è il “ma anchismo” di Walter Veltroni e del Partito Democratico italiano, che l’Enciclopedia Treccani ha definito, nel 2008, una maniera di “tener conto di qualcosa e del suo esatto contrario”9 (l’eredità comunista e l’eredità democristiana, l’etica radicale e quella cattolica, le coppie di fatto e la famiglia tradizionale, e così via). Una strategia ripresa da Emmanuel Macron nelle elezioni francesi del 2017 attraverso l’uso costante dell’espressione “allo stesso tempo”, che gli è valso il soprannome “Monsieur Et-en-même-temps” (“Signor allo stesso tempo”)10. Non solo, rientrano ancora in questa sfera casi di appropriazione e rissemantizzazione strategica di figure storico-politiche da parte di leader e partiti i cui valori divergono totalmente da quelli dei personaggi citati (come nel caso di Matteo Salvini, leader del partito italiano Lega Nord, che cita Gramsci11 e di Marine Le Pen, del Front National francese, che cita Marx12).

In secondo un luogo, il definirsi in negativo sulla base di qualcosa che non si è e che non si riconosce (che viene, ovvero, negato) come tratto distintivo della propria identità : “né di destra né di sinistra” (come si dichiarano, ad esempio, Podemos in Spagna e il Movimento 5 Stelle in Italia), “a-partitico” (Il Movimento Brasil Livre in Brasile), “non-politico” (nel caso di outsider come Trump, Berlusconi), e via dicendo.

In terzo luogo, il definirsi contro qualcuno, per pura negatività, come vedremo più avanti : contro Dilma e Lula, contro l’élite politica corrotta, contro l’Euro, contro L’Europa, contro gli immigrati, etc.

13 :
 U. Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, Milano, Bompiani, 1984, p. 225.

In quarto luogo, l’ancoraggio della vaghezza ad una serie di figure, emblemi e altri oggetti semiotici — il popolo, la gente, la nazione, la bandiera e i colori nazionali, il leader — utilizzati secondo ciò che Umberto Eco definisce “il modo simbolico”, ovvero una strategia rivolta ad associare una determinata espressione a una “nebulosa di contenuto, vale a dire a una serie di proprietà che si riferiscono a campi diversi e difficilmente strutturabili di una data enciclopedia culturale”13. Un processo simile a quello descritto da Laclau a proposito dei “significanti vuoti” intorno ai quali si struttura il discorso populista, in grado di coprire, attraverso l’istituzione di serie diverse di equivalenze particolari, la gran parte delle posizioni presenti nel campo politico e socio-culturale di riferimento.

In quinto luogo, le due funzioni semiotiche fondamentali che tali figure assumono, agendo, da una parte, come Destinanti ultimi del soggetto politico populista e, dall’altra, come un piano di traducibilità assoluta entro cui far convivere e giustificare la convivenza di posizioni o valori contradditori o potenzialmente opposti (come mostrano gli slogan “siamo tutti brasiliani”, “per un Brasile migliore” o ancora, l’uso dell’idea di nazione come luogo discorsivo in cui tutto può pacificamente coesistere da parte di Veltroni e del Partito Democratico).

Torneremo più avanti sulle due forme di definizione negativa sopra individuate, dato che, come vedremo, esse costituiscono insieme un tratto distintivo relativamente autonomo del discorso populista. Concentriamoci, per ora, su un altro problema che emerge in filigrana da quanto abbiamo finora discusso : quello dell’emergenza della vaghezza e di ciò che potremmo definire il momento germinale — incoativo, in termini semiotici — del populismo.

Implosione

Cercando di cogliere la vaghezza del contenuto che anima il discorso populista siamo ricorsi ad alcune date, momenti, eventi della recente storia brasiliana trattandole come momenti spartiacque, memorabili, fissati e da fissare nel flusso degli eventi storici. In realtà quello che è proprio della vaghezza populista è la sua capacità di rendere i fatti che le sono propri immemorabili e confusi. Persino, per molti versi, “irreali”.

14 :
 Cf. L. Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, Roma, Minimum Fax, 2017.
15 :
 D. Giglioli, “La gente perde, il popolo vince”, La Lettura, 315, 10 dicembre 2017, p. 29.

È ciò che emerge comparando l’evoluzione dell’attuale populismo brasiliano con quanto raccontato da Leonardo Bianchi in La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento14. Bianchi ricostruisce con sguardo etnografico gli eventi che segnarono il 2007 e l’emersione della nuova ondata di populismo italiano : la “rivoluzione dei forconi” del 9 febbraio 2007, il benzinaio di Stacchio che diviene eroe mediatico per aver sparato a dei banditi, le barricate di Gorino contro una decina di migranti, le polemiche al limite della paranoia sulle scie chimiche. Tutte queste vicende “a riguardarle adesso — come ha scritto Daniele Giglioli in una bella recensione al libro — sembrano leggende metropolitane, invece è tutto vero”15. Com’è possibile ?

16 :
 Abbiamo ripreso e sviluppato questo aspetto in F. Sedda, “Semiotics of Culture(s). Basic Questions and Concepts”, in P. Trifonas (...)

Il punto, come dimostra anche il caso brasiliano, è che la vaghezza populista è il risultato dell’abbattimento delle gerarchie che strutturano un dato momento della vita sociale. Ancor meglio : è l’abbattimento delle gerarchie semantiche che, conferendo un ordine stratificato alle contraddizioni del sociale, offrono alla collettività un senso comune, una struttura condivisa di conflitti e (op)posizioni attraverso cui riconoscersi e dentro cui agire16.

Il populismo nel suo momento di emersione è esattamente la perdita di senso delle differenze stabilite, il venir meno di una data forma del senso comune. È così che esso produce un ritorno verso l’indifferenziato, il confuso, l’in-sensato. Considerato tuttavia che il senso comune evolve anche gradualmente, ciò che fa del populismo qualcosa di diverso da una normale dinamica democratica è la sua radicalità temporale e spaziale : rispetto alle normali dinamiche politiche il populismo produce un cambiamento (o un effetto di senso di un cambiamento possibile) molto più veloce e molto più esteso. Un cambiamento che avviene (o dovrebbe avvenire) istantaneamente e che coinvolge tutta la società. Non a caso la retorica schiettamente populista assume (o se si preferisce, si riconosce dai) toni apocalittici, escatologici, palingenetici, rivoluzionari, totalizzanti. Si pensi alla parola-simbolo con cui il Movimento 5 Stelle ha (auto)descritto la sua campagna elettorale, Tsunami, e a contestuali affermazioni di Grillo del tipo “Vogliamo il 100 % del Parlamento, non il 20 % o 25 % o 30 %” (Beppe Grillo, 7 marzo 2013).

Peculiarità semiotica del populismo — tanto più si avvicina almeno retoricamente alla sua forma pura — è dunque questo suo ipotizzare e/o promettere una radicale, istantanea, globale demolizione e sostituzione dell’esistente.

Nella pratica questa volontà di abbattimento della gerarchia dei valori esistente, o ancor meglio, dominante si risolve, quantomeno all’interno della prassi populista, in un appiattimento della semiosi sociale. Essa dunque riporta tutto in contatto con tutto creando le condizioni per quella vaghezza semantica che tende all’insensato per mancanza o eccesso di senso : la nuova realtà appare infatti, di volta in volta, come un’assenza o come una confusione dei valori fino a un attimo prima (o ad un altro livello) ritenuti validi (come nei casi prima menzionati delle affermazioni “né di destra, né di sinistra” o dei riferimenti apparentemente incompatibili di Le Pen e Salvini).

Ecco dunque che questa dinamica si può ulteriormente specificare attraverso i concetti di neutralizzazione, sottrazione, mescolamento. Neutralizzazione, per essere precisi, delle differenze stabilite, sottrazione alla gerarchia dei valori condivisi e rimescolamento, infine, di figure e temi reputati, “di solito”, semanticamente incompatibili. Agendo insieme tutti questi elementi causano l’effetto di appiattimento, vaghezza.

Proprio qui e ora va tuttavia notato che tutto ciò non può essere ricondotto alla semplice constatazione critica di tatticismo, ipocrisia, cinismo che si imputa ai leader populisti, in particolare di destra, come quelli citati. La questione è infatti molto più complessa e incide anche sul populismo di sinistra. Proveremo a dimostrarlo a partire da due esempi concreti. Il primo è la parabola socio-intellettuale di uno dei maggiori intellettuali populisti, Cristopher Lash, il quale, partito da posizioni neo-Marxiste, arriva poi a posizioni che ai suoi detrattori appaiono contraddittorie, se non esplicitamente conservatrici, mentre egli le riassume come una sorta di “terza via” inclassificabile. Riferendosi tanto al populismo quanto al comunitarismo, che per alcuni versi vedeva sovrapponibili, Lasch ne La ribellione delle élite scrive :

17 :
 C. Lasch, La ribellione delle élite, Milano, Feltrinelli, 1995, pp. 86-87.

Per questo è così difficile inquadrarli nello spettro convenzionale delle opinioni politiche. La loro opposizione alle ideologie del mercato libero sembra allinearli con la sinistra, ma la loro critica dello stato assistenziale (quando apertamente esplicitata) li fa sembrare di destra. In effetti si tratta di due posizioni che non appartengono né alla destra né alla sinistra (…)17

18 :
 Cf. E. Laclau, op. cit.
19 :
 Sul tema di una politica (e un’analitica) progressista dell’articolazione / assemblaggio si vedano fra gli altri S. Hall, “On (...)

Questa lunga citazione ci serve per focalizzare due questioni. La prima è che anche davanti a un pensiero populista articolato come quello di Lasch ci si trova davanti a quel movimento di neutralizzazione, sottrazione, rimescolamento che genera un apparente effetto di con-fusione. E, tuttavia, tale movimento può difficilmente essere ridotto, in questo caso, a puro cinismo politico. Esso mostra infatti — e veniamo qui alla seconda questione — come questo appiattimento è funzionale alla dis-articolazione di uno schema, di un inquadramento, di un frame e alla conseguente costruzione di uno schema che appare come nuovo, o che è comunque altro rispetto a quello dominante. Ora questa apertura sulla costruzione di uno spazio attraverso nuove articolazioni / assemblaggi del politico è ciò che viene valorizzato ed evidenziato anche dai teorici “da sinistra” del populismo, in particolare da Laclau18, la quale, in forme e con sfumature diverse, attraversa molteplici riflessioni sulla ricomposizione del rapporto fra popolo, politica, potere19.

In altri termini, l’effetto di appiattimento che genera un’apparente perdita di distinzioni fino a portare alla con-fusione dei valori non è una pura prerogativa della destra, ma agisce anche nel campo della sinistra, come nel caso del Partito Democratico (di Veltroni, prima, di Renzi, poi) o nella recente assunzione e saldatura, inizialmente spiazzante, del discorso cristiano del nuovo Papa dentro orizzonti o pratiche d’azione d’ispirazione laica se non esplicitamente atea. Si pensi in tal senso, in ambito italiano, all’intenso dialogo fra Papa Francesco e Eugenio Scalfari, all’assunzione del discorso sociale e ambientale del Papa da parte di figure del mondo d’ispirazione comunista, come la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini o lo storico leader Fausto Bertinotti — per cui si è parlato fra l’altro di una sorta di inattesa “conversione” — o ancora al richiamo al francescanesimo che si ritrovava già in chiusura del volume-manifesto Impero di Hardt e Negri e che poi è stato assunto come proprio anche dal Movimento 5 Stelle, nel suo ondeggiamento verso “sinistra”.

Non c’è dunque differenza fra populismo di destra e di sinistra ? È evidentemente il contrario. Certo, entrambi neutralizzano differenze per sottrarsi alla logica presente e poter mescolare in modo nuovo gli elementi che possono consentire di fare popolo. Tuttavia, ciò che mescolano e ciò che vogliono ottenere dal mescolamento non è evidentemente lo stesso “popolo”, con la stessa forma e gli stessi oggetti di valore. Non solo. Il populismo di sinistra tende a pensare il momento con-fusivo come strumentale alla creazione del nuovo, come propedeutico alla creazione di nuove articolazioni / assemblaggi, mentre il populismo di destra lo vede come momento utopico : la con-fusione è esattamente il nuovo popolo, o ancor meglio, il vecchio popolo riscoperto e nuovamente ritrovato, come sintetizzato dal motto trumpiano Make America Great Again e da tutte le retoriche nazionaliste della purezza.

Detto altrimenti, mentre il populismo di destra mescola senza sentirsi in dovere di darne eccessivamente conto, senza paura di contraddirsi, quello di sinistra rivendica il mescolamento, o comunque lo giustifica e lo spiega nell’ottica di nuove articolazioni e nuove coerenze. Mettiamola così : il populista “da destra” finge di superare le distinzioni o fa appello al ristabilimento di un corpo collettivo puro in quanto omogeneo, indistinto al suo interno (ma radicalmente distinto dall’esterno), mentre il populismo “da sinistra” tende a riconfermare comunque delle distinzioni interne al corpo collettivo — cosa che, lo vedremo, lo proietta verso la linea di fuga del pluralismo democratico — proprio in quanto rivendica un suo modo distinto e distintivo di “fare popolo”.

Emblematico, per il passato, il punto di vista di Franz Fanon che auspicava una coscienza nazionale “non nazionalista”, vale a dire capace di lasciare posto alle sfumature interne al popolo. Ancor più emblematico, nella contemporaneità, il confronto fra i partiti conservatori spagnoli, che fanno appello alla volontà del popolo spagnolo e all’indivisibilità della nazione spagnola mentre negano il loro essere nazionalisti (e attribuiscono questo tratto ai partiti catalani), mentre l’indipendentismo catalano, di estrazione complessivamente progressista, ha assunto un punto di vista “non nazionalista” tanto da neutralizzare il rinvio al termine “nazione”, preferendo termini civici come “Repubblica” o “Paese” — mantenendo evidenti, anche dentro complesse forme di alleanza e unità, le differenze interne fra liberal-democratici, socialdemocratici, comunisti — e arrivando, infine, ad ipotizzare una non scontata possibilità di doppia cittadinanza, catalana e spagnola, per i futuri cittadini dello Stato catalano.

Ora, come si sarà notato, entrando nel merito del movimento di appiattimento ci si rende conto come questo ritorno verso l’indistinto, proprio in quanto porta in una zona in cui il senso non è predeterminato o sembra addirittura assente, apre contemporaneamente la via a una molteplicità, apparentemente confusa, di nuovi sensi, di nuove articolazioni del senso (e del) politico.

20 :
 http://www.beppegrillo.it/2010/10/la_semplicita_e_rivoluzionaria.html
21 :
 http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/02/24/news/il-discorso-integrale-di-matteo-renzi-al-senato-1.154748

Come può dunque prodursi uno spazio piatto e al contempo una molteplicità di sensi a-venire ? Per capirlo bisogna rifarsi al tema dei modi di esistenza semiotica. L’esistenza di un dato collettivo si basa sulla realizzazione di alcuni valori, che si stagliano come validi, corretti, reali rispetto ad altri che vengono risospinti verso la condizione di valori puramente virtuali. Nell’intento populista l’idea è di riportare i valori realizzati ad uno stato puramente virtuale, e realizzare al loro posto nuovi valori che venivano fino a quel momento descritti come puramente virtuali : si pensi in tal senso al richiamo alla “rivoluzionarietà” della semplicità e del buon senso fatta dal Movimento 5 Stelle al suo stato nascente20 ma rivendicata anche da Matteo Renzi nella fase della “rottamazione” della vecchia politica, ritenuta incapace di rappresentare e assumere i valori positivi del discorso della gente comune21.

Nei fatti, dentro contesti democratici maturi, ciò che accade è raramente una totale virtualizzazione dei valori dominanti e una radicale e repentina realizzazione dei valori fino ad un attimo prima virtuali. Come può dunque prodursi comunque un effetto di appiattimento ? La nostra ipotesi è che nel momento populista i valori realizzati vengono potenzializzati, cioè abbassati ad una condizione di valori che sono tali solo “in potenza” mentre i valori virtuali vengono attualizzati ovvero innalzati verso una condizione di realizzabilità (ma non di realizzazione). I valori dati vengono dunque percepiti “in crisi” mentre quelli un tempo banditi, svalutati o dimenticati vengono visti come “(ri)emergenti” benché tutti si trovino sullo stesso piano — il potenziale è l’attuale colto nel momento dell’appiattimento, mentre l’attuale è il potenziale colto in fase di elevazione — e possano essere ri-mescolati, dando vita più che a sostituzione di sistemi di valori reciprocamente escludenti a nuove complesse configurazioni di valori inizialmente inattese. Anche da qui il senso di irrealtà del momento implosivo prodotto dal populismo a distanza di tempo : un partito populista può anche “vincere”, ma le attese valoriali che aveva suscitato e evocato all’inizio non solo non si realizzano in quanto tali, ma nella loro coerenza estrema (ed estremista) appaiono a posteriori come irreali. Del resto è il populismo stesso che, se non può o non vuole vincere “con le cattive”, istituzionalizzandosi rimuove dalla sua stessa auto-narrazione il suo estremismo iniziale, implosivo.

Questa dinamica va rimarcata perché se è vero che il momento populista produce, nel bene e nel male, una riapertura radicale del gioco politico — che come vedremo arriva a contagiare tutto il campo semiotico-sociale —, esso tuttavia non si sviluppa nel vuoto : c’è un’inerzia e una resistenza dell’esistente, e c’è una memoria delle virtualità che erano state messe ai margini, in riserva o al di fuori dal campo semiotico e che ora il populismo vuole riaffermare. Per questo populismi emergenti in stati e continenti differenti tendono a ripetere situazioni, condizioni, conflitti, esiti “peculiari” e per così dire “già vissuti”, tanto che si possono scrivere libri sul populismo “americano” in quanto distinto da quello “europeo”, e a cascata ritrovare le peculiarità del populismo nordamericano rispetto a quello sudamericano, e di quello italiano rispetto a quello francese ecc.

22 :
 V. Turner, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, Brescia, Morcelliana, 1972 ; id., Dal rito al teatro, Bologna, Il Mulino, (...)

Più in generale è per i motivi che stiamo argomentando che, in contesti democratici sufficientemente maturi, anche i populismi apparentemente più dirompenti finiscono non per far saltare il vecchio sistema ma per acclimatarsi dentro di esso, esercitando la funzione di un fuoco di paglia o di un’innovazione parziale. A meno che, va sottolineato, il populismo emergente, venendo esercitato da più soggetti diversi contemporaneamente, saldandosi con una crisi del senso talmente forte e una memoria populista talmente radicata (si pensi al fascismo in Italia o alla dittatura in Brasile) non porti la crisi al parossismo — quella che Victor Turner chiamava la fase di “separazione” nel dramma sociale22 e che nei casi citati si rivela nella polarizzazione estrema e reciprocamente escludente delle fazioni in campo — e trascini infine il sistema effettivamente oltre la logica democratica.

In condizioni “normali” invece, quando il reale potenzializzato e il virtuale attualizzato s’incontrano non necessariamente si danno il cambio in modo reciprocamente escludente : a volte il potenziale respinge l’attuale oppure ne cattura delle parti traducendole dentro di sé ; altre volte ancora i rapporti si invertono ed è l’attuale a diventare dominante ma portandosi comunque appresso pezzi del potenziale, della vecchia realtà. Molto più spesso la risultante è un terzo sistema che nasce dall’assemblaggio di parti potenziali-attuali che sta al semiologo tracciare. In ogni caso il cambiamento, piaccia o non piaccia, non avviene per tabula rasa.

23 :
 Cf. F. Sedda, Imperfette traduzioni, op. cit. ; id., “L'emersione del nuovo o l'elogio della semplicità”, art. cit. ; P. Demuru e (...)
24 :
 E. Landowski, Rischiare nelle interazioni, op. cit.

Concludendo dobbiamo notare tre cose. La prima è che la fase germinale del populismo è assieme un “momento” e un “movimento”, un “mo(vi)mento” che, in termini culturologici abbiamo appunto definito come un appiattimento23, mentre in termini sociosemiotici può essere letto come un vero e proprio incidente24 : nel complesso esso si presenta infatti come una scossa tellurica, che rompe il flusso sedimentato dell’universo politico-sociale — dei suoi consolidati programmi polemici, delle sue ripetitive catene d’azione e passione — scaraventandolo in un orizzonte che se dal punto di vista dell’esistente appare “senza senso”, dal punto di vista del futuro appare come un orizzonte confuso proprio perché marcato da un “eccesso di senso”, eccesso il cui ordine sarà poi ristabilito da chi, tra i soggetti in gioco nella disputa semiopolitica, riuscirà a imporsi come nuovo Destinante, come autorità custode dei valori “reali”, perseguibili e da far perseguire.

25 :
 Cf. A.J. Greimas e J. Fontanille, Semiotica delle passioni (1991), tr. it. Milano, Bompiani, 1996.
26 :
 Riprendiamo e rielaboriamo qui l’idea sviluppata in E. Landowski, “Régimes de présences et formes de popularité”, in id., (...)

La seconda è che per tutto ciò che abbiamo detto è impossibile cogliere e fissare il momento-movimento populista nel suo divenire e dal suo interno. Come per la guerra, che porta all’estremo le tendenze che stiamo descrivendo, questo momento-movimento può essere colto nelle sue articolazioni solo dopo e dall’esterno : tanto che questo “cogliere” il processo appare proprio come la capacità del soggetto che da dentro il flusso, investendo sugli elementi potenziali-attuali rilevanti — le valenze in termini semiotici25, gli umori in termini popolari — li trasforma nei valori di cui esso è depositario e mandante al contempo. Non a caso il leader populista, è sempre un eroe-mediatore26, che fa da traduttore nel rapporto circolare fra i valori emergenti che egli ha colto nel “reale” e gli stessi valori che egli fa divenire reali, “più veri”, proprio perché li propone e li produce nel momento in cui grazie alla sua autorevolezza (che nel caso populista è una forma di visibilità, presenza, contatto…) spinge il collettivo — popolo, nazione, classe… — a perseguirli concretamente e legittimamente. Anche da qui nasce il senso di “irrealtà” del momento vago-implosivo, a cui abbiamo già accennato. A distanza di tempo, posti al di fuori dal momento turbolento, ci si rende conto che i valori che si possono analiticamente ricondurre al momento emersivo del populismo non sono necessariamente quelli che poi sono stati realizzati. Non solo. L’aspettualità propria del momento populista, irta di circolarità paradossali, si mostra come un caso estremo di continua “invenzione” dell’inizio, e del senso del divenire, a partire dalla fine o dal mezzo del processo.

27 :
 M. Revelli, op. cit., p. 10.

La terza questione, conseguente e in parte già anticipata, è che quando ci si trova dentro il momento populista, come dentro la guerra, più che comprenderlo pare lo si possa solamente agire o subire : esso è infatti un puro grumo di azioni-passioni, uno “stato d’animo, un mood”, per dirla con Revelli27. È, come vedremo, ritorno ai corpi, al loro gioco di interazioni sensibili, alla loro mischia fatte di tendenze contraddittorie, reversibili ed equiprobabili.

Se volessimo usare un’altra immagine potremmo affermare che il momento-movimento populista è un po’ come un uragano il cui movimento può essere colto solo dall’esterno e dalla cui furia ci si salva solo occupandone in forma paradossale il centro apparentemente vuoto ma in realtà pineo di tutte le forze che sono state mobilitate e confuse. Ci torneremo quando parleremo della definizione negativa, puramente oppositiva, e dunque da un punto apparentemente vuoto, da cui riparte il lavoro di strutturazione della vaghezza.

28 :
 Cf. J.M. Lotman, La cultura e l'esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità, tr. it., Milano, Feltrinelli, 1993.
29 :
 Cf. F. Sedda, “Imperfette traduzioni”, art. cit. ; id., Semiopolitica delle culture, op. cit.

Ora ci preme dar conto di un ultimo aspetto teorico. La logica dell’implosione che abbiamo tratteggiato, infatti, fa il paio con la ben più nota nozione di esplosione culturale, sviluppata da Jurij M. Lotman28. Ciò genera domande necessarie. Il momento esplosivo e quello implosivo sono dunque due movimenti contemporanei ? Mentre qualcosa implode qualcos’altro esplode29 ? O piuttosto l’implosione e l’esplosione sono la stessa cosa colta da due prospettive differenti — ciò che dal punto di vista della gerarchia passata è implosione, dal punto di vista della nuova gerarchia che si viene ad affermare è esplosione ?

E ancora, c’è un differente gradiente di implosione, d’intensità dell’implosione, fra ad esempio differenti forme di populismo, come verrebbe da ipotizzare quando, portandoci verso casi estremi, distinguiamo l’indifferenziato-insensato del populismo dall’indifferenziato-insensato della guerra ?

30 :
 U. Eco, A passo di gambero,Milano, Bompiani, 2006

A venirci incontro nel definire il tema dell’intensità implosiva del populismo, che ci sembra qui il più rilevante,potrebbe proprio essere il gioco di produzione di figure che dall’interno del processo populista si sviluppa per cercare di (ri)definirne in atto il senso. È stato infatti notato come il richiamo “alla gente”, così forte nel caso italiano del 2007, sembra essere molto più indifferenziante del richiamo “al popolo”, attore semiotico comparativamente meno informe e insignificante. E la cosa potrebbe essere ulteriormente avvalorata cogliendo la correlazione, che vedremo, fra questo richiamo alla “gente” e la sua pura definizione per negazione rispetto a una élite colta e descritta come un’unità integrale. Tuttavia ci sembra che uno sguardo semiopolitico, se non vuole ricreare una sorta di “indifferenziato intellettuale”, deve riuscire a descrivere meccanismi generali mentre coglie differenze e sfumature significative particolari. Cosa unisce e distingue il populismo odierno brasiliano e italiano ? Quello europeo e quello americano ? Quello di Trump e quello di Podemos ? Quello del Front National e quello di Occupy Wall Street ? Quello del Movimento 5 Stelle e quello di Matteo Salvini ? E questi da quel “populismo mediale”, come lo definì Umberto Eco30, che portò nel 1994 al potere Silvio Berlusconi ? E tutti questi dal “qualunquismo” che maturò in Italia nel passaggio fra fascismo e democrazia ?

31 :
 B. Anderson, Imagined Communities, London, Verso, 1983.

Bastano queste poche domande per ricordarci che mentre individuiamo tratti generali del populismo questo non ci solleva dalla responsabilità di cogliere il loro farsi effettivi dentro specifiche strutture di relazioni. Per dirla ancora più semplice, l’appello al popolo non ha necessariamente lo stesso significato nello spazio e nel tempo. Così come la mobilitazione delle figure della gente, del popolo, della classe, della nazione, della razza può essere testimonianza di differenti significati semiopolitici o può nascondere correlazioni profonde e inavvertite — si pensi ad esempio allo spiazzante punto di vista di Anderson31 che, partendo dagli studi sul sud-est asiatico e sulle nazioni creole, associava il discorso razzista più alla classe che non alla nazione. Il prodursi di queste mobilitazioni va dunque colto e soppesato dentro specifiche storie, specifiche semiosfere, specifici discorsi, specifiche pratiche significanti, specifiche relazioni differenziali. Solo così si può valutare l’intensità implosiva del populismo, il (non)senso del suo accadere, e al contempo la sua eventuale e peculiare forza creatrice di nuovi significati, nuovi attori semiotici, nuove configurazioni del campo politico.

Corpi

32 :
 Cf. E. Landowski, Présences de l’autre, Paris, PUF, 1997 ; id., Rischiare, op. cit.

Nel cuore del rapporto tra implosione e vaghezza, a farsi spazio e riprendersi la scena sono i corpi. Non i corpi come entità indivise, unità molari, segni codificati, ma i corpi in quanto materia senziente, luoghi scossi, frammentanti, contagiati e contagianti, uniti e riuniti dal (e in un) sentire prodotto nell’interazione “in presenza” con altri corpi32. Di più : è la corporeità che, attraverso un duplice movimento centripeto e centrifugo, genera e simultaneamente concentra su di sé l’indeterminatezza di valori del campo politico e sociale. Proveremo a spiegarci meglio partendo dal confronto con un testo che ha molte assonanze e sovrapposizioni con il nostro ragionamento, ma che ci servirà, d’altra parte, per stabilire alcune differenze significative e secondo noi decisive per individuare e descrivere, in prospettiva semiotica, i tratti definitori del populismo.

33 :
 J. Butler, Notes Toward a Performative Theory of Assembly,Cambridge, Harvard University Press, 2015.
34 :
 Ibid, pp. 1-2.
35 :
 E. Landowski, Passions sans nom, Paris, PUF, 2003.

In Notes Toward a Performative Theory of Assembly, Judith Butler, filosofa attenta ai temi della performatività, ha individuato nell’apparizione dei corpi “in assemblea” un tratto fondamentale e trasversale del populismo contemporaneo33. Dalle folle di Occupy Wall Street a quelle di Piazza Tahir, da quelle di Puerta del Sol a quelle di Gezi Park, dalle citate manifestazioni brasiliane e italiane, per arrivare alle grandi recenti manifestazioni nelle strade di Barcellona. L’apparizione assembleare dei corpi, dice Butler, porta e con-fonde in sé paura e speranza, criticità e potenzialità, fino a portare il tema della democrazia e della sovranità popolare oltre lo spazio puramente “deliberativo”34. Insomma, ancora una volta, ci troviamo dentro un campo marcato dall’implosione delle normali (op)posizioni semantiche, in cui i nessi fra attori e valori definiti saltano, il divenire delle relazioni si fa imprevedibile e le passioni che questi processi attivano sono necessariamente “senza nome”, per dirla con un ragionamento che Butler condivide con Landowski35. Tale spazio imploso si apre alla vaghezza fino al punto estremo in cui, secondo Butler, ciò che queste assemblee di corpi esprimono è al contempo antidemocratico per alcuni o una nuova, più profonda e più sostanziale forma di democrazia per altri : per alcuni è manifestazione al limite del terrorismo, mentre per altri è una vitale affermazione della volontà popolare.

36 :
 Per quanto riguarda il caso brasiliano, si vedano, in particolare : M.P. Piotto, “São Paulo, a metrópole das manifestações (...)

Il ragionamento di Butler, che è sicuramente utile per i nostri fini, apre tuttavia a quattro specificazioni e differenze. La prima è che la sua mira è una speculazione filosofica piuttosto che una descrizione-comparazione semiotica dettagliata dei diversi momenti e delle diverse modalità assembleari in cui il “popolo” si manifesta e ri-crea. Non è certo questo la sede ideale per intraprendere tale compito. Ciononostante, teniamo comunque a ribadirne l’urgenza. Analisi che sviscerino e ricostruiscano minuziosamente la sintassi e la semantica narrativa (programmi narrativi, ruoli attanziali, regimi d’interazione) e discorsiva (strategie enunciazionali, temi, figure, ritmi) attraverso cui l’attante collettivo — qualunque sia il nome che gli si attribuisce — prende forma sono oggi quanto mai necessarie36.

La seconda è che Butler prova a cogliere in questo spazio indeterminato, vago o vuoto, qualcosa di peculiarmente favorevole ad una politica progressiva. C’è qui, come in Laclau, il tentativo di cogliere gli aspetti affermativi del populismo. Tuttavia crediamo che, almeno per quel che concerne il momento embrionale — implosivo ed esplosivo –— dell’emergenza e della formazione di un nuovo corpo sociale, si debba attribuire il dovuto peso all’indeterminato. E piuttosto che cercare una qualche essenza positiva del populismo, sia fondamentale provare a comprendere come di volta in volta la vaghezza semantica crei le condizioni per nuove essenzializzazioni strategiche, momentanee, locali e puntualmente definite, le cui coordinate possono variare repentinamente a seconda delle esigenze delle parti in conflitto, vale a dire che si determinano attraverso il conflitto per la definizione de valori che sono “in potenza” in quello spazio di vaghezza semantica dentro cui gli attori sono immersi.

La terza è che, conseguentemente all’assunto precedente, l’assemblearismo a cui si riferisce Butler è già in qualche misura “definito” valorialmente e nelle sue appartenenze. Il corpo assembleare, per quanto fluido o instabile, è già un corpo “marcato”. Benché sia difficile trovare casi che sfuggano ad una qualche protensione valoriale, dobbiamo tuttavia concepire l’implosione come il ritorno non ad un corpo assembleare ma ad una mischia fra corpi, per dirla in termini fenomenologici, o a un corpo sociale senza nome. In tal senso, più che alle immagini delle piazze piene dei sostenitori di una “parte” in rivolta o in assemblea, lo sguardo semiotico sul populismo insiste sull’instabilità delle definizioni e la molteplicità di sensi che l’unione e il contagio tra i corpi genera e incarna in questi momenti, tanto da creare forme di eterogenesi dei fini (una rivolta che appare democratica che porta ad una più dura dittatura) o di fraintendimento valoriale (Foucault che saluta positivamente la rivoluzione iraniana del 1978).

Il caso delle manifestazioni brasiliane del giugno del 2013 è in tal senso esemplare. Come abbiamo visto, il riversarsi di una massa sempre più folta per le strade delle principali città del paese, il contagio estesico, l’essere-sentirsi insieme, corpo a corpo, senza sapere esattamente per cosa e a che scopo ha aperto la strada all’implosione del sistema di valori sedimentatosi nel corso dei due governi Lula e del primo mandato di Dilma e alla conseguente esplosione di una pluralità di significati e visioni parimenti possibili sul futuro prossimo del paese, di cui poi i media si sono strategicamente appropriati per costruire e pubblicizzare l’immagine di una nazione alla deriva.

Il che apre a una nuova ipotesi teorica : nel momento embrionale della costituzione del soggetto populista, non è semplicemente il corpo ad occupare il centro della scena, ma ad essere propriamente in gioco è l’aumento della carica estesica che emerge dall’incontro dei e tra i corpi : una carica che è direttamente proporzionale all’intensità implosiva del momento-movimento populista e, dunque, alla vaghezza semantica che circolerà poi nel campo politico-sociale. Quanto più implode la precedente gerarchia semantica, quanto più il sistema si carica estesicamente. Quanto più la carica estesica esplode, tanto più si diffonde la vaghezza semantica nel sistema.

37 :
 G. Didi-Huberman, Images malgré tout, Paris, Minuit, 2004.

Un ultimo punto che ci pare importante toccare è la rappresentabilità di tali momenti radicalmente implosivi. Il tema, in forma ancor più radicale, è stato posto da Georges Didi-Huberman relativamente all’irrappresentabilità dell’esperienza della morte nei campi di concentramento nazisti37. Qui ci troviamo davanti ad un diverso tipo di complessità etico-semiotica : come rappresentare la con-fusione che nasce dall’implosione, che investe i corpi, le loro interazioni rischiose dentro un campo di vaghezza semantica. Un caso interessante lo ritroviamo nel film Clash, di Mohamed Diab (2016), che porta lo spettatore nel cuore dei tumulti legati alla primavera egiziana. Il film tenta infatti di rappresentare non solo le parti in conflitto e le imprevedibili interazioni che la situazione vaga li porta a vivere, ma soprattutto l’indecidibilità — l’inassegnabilità — delle “posizioni” della folla che nelle scene finali assalta il camioncino in cui sono reclusi esponenti delle diverse fazioni della primavera egiziana. Il film coglie dunque non la dimensione assembleare in cui i corpi si espongono in quanto corpi già definiti, già segnati, già segnici, ma quella della pura mischia dei corpi, quella in cui questi si espongono in quanto privati di definizione, impossibilitati a definirsi e a definire gli altri. Puri corpi esposti. Al sentire, alla lacerazione, all’indefinibilità.

Estesia

38 :
 Su questi temi cf. E. Landowski, “Frontières du corps : faire signe, faire sens” e “En deçà ou au-delà des stratégies : la (...)

Arriviamo così alla quarta specificazione, che apre la riflessione sul corpo verso orizzonti più vasti. L’apparizione dei corpi che supera la dimensione deliberativa, verbale, viene infatti secondo noi intesa da Butler troppo letteralmente, vale a dire come una presa della scena dei corpi collettivi nella rappresentazione mediatica, visiva. I corpi riuniti in assemblea saturerebbero lo spazio della rappresentazione. Ora, se questo è certamente un elemento capace di superare il far segno dei corpi per ri-aprirli alla loro capacità di far senso, tuttavia la ridiscesa verso la corporeità che si apre nel momento populista è secondo noi ben più radicale, e rimanda ad una produzione del senso in atto, in presenza, per contagio38. Essa ha infatti a che fare con un’estesia generalizzata, un principio estesico fondato sull’interazione accidentale, sensibile, intersomatica, che si traduce nel e si appropria del campo sociale in generale, media compresi. L’apparizione dei corpi ha a che fare dunque non con la rappresentazione mediale dei corpi ma con la trasformazione dello spazio mediale in uno spazio corporeo. Ne sono esempio i frequenti sconvolgimenti del palinsesto della Globo, il gigante della comunicazione brasiliana, che per fare spazio alla diretta dei panelaços contro Rousseff ha talvolta sospeso la messa in onda delle sue telenovelas. La tv si riversa insomma sulla città e la città sulla tv. Tra media e realtà non c’è più — se c’è mai stata — soluzione di continuità. C’è accordo sensibile, contagio, riflessività estesica.

Certo, nel momento populista gli schermi delle tv, dei tablet, degli smartphone si riempiono d’immagini di corpi collettivi o di corpi individuali che stanno per il collettivo. E così ecco le immagini delle grandi adunate collettive o format televisivi che mettono in scena il tumulto di passioni che attraversa la gente comune (in Italia pensiamo alla parabola che da Aboccaperta porta a Dalla vostra parte). Al contempo circolano le immagini di corpi individuali “comuni” che traducono e rilanciano sofferenze e aspirazioni del corpo collettivo, mentre i leader politici vecchi e nuovi vengono portati ad esporre la propria quotidianità corporea — Renzi in camicia bianca con le maniche piegate — o addirittura una nuda corporeità : Salvini che posa (quasi)nudo sulle riviste popolari, Grillo che offre il suo corpo stravolto all’entusiasmo della piazza.

39 :
 Cf. P. Fabbri, “Est iniura in verbis”, Il Verri, 35, 2014 ; F. Sedda, “L'emersione del nuovo o l'elogio della semplicità”, op. (...)
40 :
 Cf. F. Sedda, “Imprevedibile Franciscus”, op. cit.

Ma non basta. La logica estesica tracima e conquista ogni linguaggio. Basti pensare all’emergere nel discorso verbale del turpiloquo, dell’invettiva, dell’insulto39 che non solo ha il corpo come elemento di rappresentazione — orefizi, genitali, secrezioni ed escrementi in primis — ma fa della parola stessa un gesto corporeo. Schiaffo più spesso che carezza, pugno più spesso che abbraccio. Può apparire paradossale ma, come abbiamo mostrato altrove, una delle poche risposte efficaci a questo trionfo della parola-pugno è arrivata dall’uso del silenzio, della mitezza, delle buone maniere, del contatto da parte di un erede della tradizione della “teologia del popolo”, Papa Francesco. Varrebbe dunque la pena interrogarsi se ci possono essere altre forme di populismo o se queste altre forme portano direttamente oltre il populismo, dentro altri tipi di ideologie, forse definibili come popolari40.

41 :
 Queste argomentazioni si saldano evidentemente con quelle relative alla nebulosità del modo simbolico, richiamate attraverso Umberto (...)
42 :
 Questa è la formula coniata da Revelli per identificare e criticare il populismo renziano. Cf. M. Revelli, Dentro e contro. Quando il (...)

Il corpo stesso infine si fa parola, racconto, mito. Quando Renzi “parla a braccio” — fatto totalmente inedito — davanti al Senato della Repubblica italiana nel momento della sua investitura a primo ministro ; quando Grillo attraversa a nuoto lo Stretto di Messina nell’ottobre del 2012 per lanciare la sfida alle elezioni siciliane, corpo, modo simbolico e carica estesica si saldano in profondità. Il gesto corporeo — discorso o nuotata — che si espone alla contingenza, all’improvvisazione, alla presenza, all’imprevedibilità, al rischio del fallimento estesizza — o se si preferisce energizza — tutta l’azione politica e comunicativa di cui il corpo del leader è simbolo41. La capacità di Renzi di produrre almeno temporaneamente un populismo vincente, capace di stare al contempo dentro e contro il potere42 arrivando al 40 % de consensi alle Europee del 2014 ; la capacità di Grillo di rendere tutta la comunicazione iniziale del Movimento 5 Stelle, agita fuori dalle logiche tradizionali dei media, come un continuo evento corporeo-emozionale ci mostrano come logica sensibile e senziente del corpo possa diventare la logica di tutta un’azione politica e di tutto uno spazio comunicativo, uno spazio che assume come linguaggio dominante il linguaggio del sensibile.

43 :
 B. Severgnini, La pancia degli italiani. Berlusconi raccontato ai posteri, Milano, RCS, 2010.

Non è tutto. Ciò che qui si produce è un’apertura su nuove forme di correlazione fra linguaggi e sfere discorsive fondata anch’essa su di un principio di ordine estesico, o meglio, sul ridirezionamento (in alcuni casi) e sulla traduzione (in altri) della carica estesica sociale. In Brasile, ad esempio, a seguito della sconfitta della seleção per 7-1 contro la Germania ai mondiali del 2014, le pulsioni, il desiderio “fisico” di partecipazione e il senso d’appartenenza che la narrazione sul calcio riusciva prima a sublimare si sono riversati sul terreno della narrazione politica. Poco alla volta, i media nazionali hanno costruito e diffuso l’immagine di un “paese-stadio”, diviso e infiammato, in cui lo scontro “corpo a corpo” tra le parti ha prevalso e continua ancora oggi prevalere sul dialogo. Allo stesso modo, in Italia, Beppe Grillo ha tradotto e traslato il linguaggio teatrale della commedia e della satira all’interno del discorso politico, stabilendo, come abbiamo visto, l’urlo, il turpiloquio e l’invettiva come suoi nuovi e principali tratti distintivi. In tempi più recenti, ma in modo non troppo diverso, Donald Trump, con i suoi interventi bellicosi su twitter (si pensi in proposito a quelli contro la Corea del Nord), pare aver strategicamente esasperato il linguaggio e gli umori (o meglio, i malumori) dei social network per esprimere e alimentare i moti della “pancia” — per usare un termine in voga in Italia43 — dell’elettorato nordamericano. Di caso in caso il linguaggio politico viene insomma ibridato (se non sostituito) con quello dello sport, del teatro, dei nuovi media. Sfere separate o distanti iniziano poco alla volta a comunicare, a sovrapporsi, a scambiarsi le parti sullo sfondo di quell’estesia generalizzata di cui parlavamo pocanzi, captandone le nervature, ampliandone i confini e ridefinendone i contorni. Linguaggi dominanti divengono vecchi sulla pressione di nuove forme di “sentire” il politico : tanto che le rivolte populiste contemporanee sembrano tutte essere fatte sui social network. Più di quanto non accada in realtà. È dunque l’intero corpo mediale a essere messo in movimento. Il crollo delle gerarchie linguistico-valoriali, l’abbattimento delle frontiere semiotiche assodate, sensibilizza l’intero panorama mediatico e sociale.

Negatività

Come si viene fuori da questa condizione implosa, satura di vaghezza semantica e carica estesica ? Per definizione negativa, dovremmo dire se potessimo cogliere una sorta di momento minimale in cui il movimento verso la vaghezza si ferma e il campo semiotico comincia ad articolarsi nuovamente.

Prima di entrare in dettagli ed esempi bisogna specificare che per definizione negativa si devono intendere due pratiche semiotiche distinte e complessamente correlate. Da un lato, la definizione di un’identità politica imperniata sull’individuazione di ciò che non si è, vale a dire una sorta di definizione asintotica del proprio spazio attraverso la definizione dei molti bordi della propria identità, del proprio “corpo sociale” in distinzione e a contatto con altri “corpi sociali”. Un modo di definizione dell’identità politica che può certo favorire uno scivolamento verso il populismo ma che per altri versi è il sale di uno spazio pluralista, polemico, schiettamente democratico, in cui la definizione dei propri programmi politico-valoriali si basa anche sulla continua distinzione dall’altro e dai suoi programmi. Una definizione negativa che può dunque distinguere avversari — più o meno contingenti — ma non individuare nemici assoluti da sopprimere (dato che i nemici assoluti sono già “fuori” dall’ordinamento vigente che si fonda appunto sulla loro condivisa esclusione). Nel secondo caso la definizione negativa della propria posizione si attua invece a partire dalla negazione di un soggetto individuato al contempo come un’alterità radicale e come la causa del crollo del senso e del disordine conseguente. Si tratta di un gesto puramente negativo e altamente paradossale. In primo luogo perché esso genera una posizione identitaria vuota, e qui siamo d’accordo con Laclau, che tuttavia proprio per ciò può contenere tutti, ovvero tutti coloro che sono uniti dal negare l’alterità riconosciuta come responsabile del disordine, come capro espiatorio della situazione di crisi. In secondo luogo perché questa alterità generatrice di crisi è generalmente identificata con il dominante — reale o presunto — rispetto all’esistente. Dunque con una forza che dovrebbe tendenzialmente incarnare e rappresentare la collettività.

Le cose qui in realtà si fanno molto più sfumate. La dominante infatti può essere un partito conservatore che esclude gran parte del “popolo” dalle prospettive di opportunità, dall’esercizio di diritti, dalla redistribuzione della ricchezza ; oppure può essere una oligarchia / tecnocrazia che prende decisioni collettive sulla base di propri tornaconti, insensibile alle ricadute sulla vita concreta dei più. Tuttavia molto spesso, e questo è il caso che più inquieta dal punto di vista democratico, la dominante individuata nella definizione negativa può essere un governo che abbatte gli steccati razziali, pratica politiche d’apertura, favorisce l’estensione di diritti come l’aborto, i matrimoni gay, il biotestamento. O ancora, può essere individuata in qualche flusso migratorio transnazionale reputato dominante in quanto inarrestabile.

È evidente che più a distinzioni fra dimensioni “materiali” e “spirituali”, una politica dei “bisogni” e una dei “valori”, ci troviamo davanti a due modi di vivere la crisi ontologica propria a ogni cambiamento. Vale a dire ad un populismo che nega una dominante che impedisce di cambiare la struttura della società e un altro che nega la dominante perché teme il cambiamento della struttura sociale che questa sta producendo. O se si preferisce, un populismo che nega chi esclude e un populismo che nega per escludere. Certo oggi le cose sono ancor più complesse dato che molto spesso la dominante è spesso un’entità sfuggente — le grandi multinazionali, il mercato finanziario, la tecnocrazia transnazionale — ma salda nel suo produrre esclusione e crisi sociale attraverso la deregolamentazione selvaggia e la precarizzazione dei vissuti. Tanto da partorire come riposta, ad esempio in ambito statunitense, tanto il populismo del Tea Party che quello di Occupy Wall Street, tanto quello di Donald Trump quanto quello di Bernie Sanders. Su queste e ulteriori sfumature dovremo tornare.

Ora, fatte queste premesse e distinzioni che ci torneranno utili in chiusura, entriamo nel dettaglio della definizione negativa a tendenza populista. Il suo apparire si correla con la costruzione del discorso sociale — o se si preferisce, nell’opinione pubblica comune — di una serie di temi (sul cui sfondo si stagliano figure) o di figure (che richiamano temi generali) su cui scagliarsi apertamente e rispetto a cui essere contro. Gli esempi di questa strategia a intensità e definizione variabile sono variegati e molteplici. Dagli hashtag “non è per i venti centesimi” e alle dichiarazioni “contro la corruzione” del Movimento Brasil Livre e degli altri partiti (e media) brasiliani di cui abbiamo precedentemente discusso ; alle posizioni che in modo più focalizzato puntano contro l’euro e l’Europa del Movimento 5 Stelle in Italia, del Front National in Francia e dell’Ukip di Farage in Inghilterra, concretizzatesi poi nella vittoria del Sì alla Brexit ; fino ad arrivare a prese di posizione “contro” ancora più assolute e indeterminate, come quelle contro “il vecchio”, implicito nella volontà di rottamazione di Renzi, o contro “la politica” in generale, tipiche di outsider come Trump, Grillo, Berlusconi. Una strategia discorsiva del tipo “o…o…” la cui diretta (o meglio, speculare) controparte è, come abbiamo visto a proposito della vaghezza, l’individuazione di una serie di equivalenze e relazioni paradigmatiche (e…e…) tra valori distanti e apparentemente inconciliabili.

Più ci si trova davanti a casi “puri” di populismo più ci si rende conto che — coerentemente con i meccanismi di implosione e vaghezza che abbiamo descritto — il tratto da negare e quello che lo nega non pre-esistono all’atto di negazione : vale a dire essi si definiscono, o vengono ri-definiti, nell’atto stesso di negare. Caso paradigmatico, in ambito italiano, è l’emergere del più volte citato Movimento 5 Stelle : il movimento nasce infatti da una sorta di “catarsi collettiva” in pubblico, il V-Day dell’8 settembre 2007. Un evento che porta già nel nome una necessaria ambivalenza, dato che dal logo rimanda a V per Vendetta ma dal discorso che lo anticipa invita ad un liberatorio Vaffa ! e nella sua configurazione di evento di massa prelude ad una ipotetica futura Vittoria di coloro che negano contro ciò che va negato ; un evento in cui le persone sono chiamate in piazza, a Bologna, a sfogare la propria indignazione, la propria frustrazione e la propria rabbia gridando “Vaffanculo !” ad un “potere dominante” imprecisato proprio perché identificato da una lista sovrabbondante di attori individuali e collettivi, materiali e immateriali. Nell’atto di contraddire il potere, di ribaltare carnevalescamente i ruoli di dominante e dominato attraverso la parolaccia, l’invettiva e l’insulto collettivo, si produce tanto la posizione da negare quanto la posizione strutturale di colui che nega. Si tratta dunque di riempire non una ma due caselle vuote.

44 :
 E. Laclau, op. cit, p. 218.

Tuttavia il meccanismo di riempimento semiotico pare partire proprio dall’individuazione-nominazione del termine negato. Del resto, come ricordava Laclau, è “al livello nominale”, ovvero, in termini semiotici, nell’assegnazione di un ruolo tematico all’alterità contro cui schierarsi che si consolida l’unità del soggetto populista44. Ora, nel caso del Movimento 5 Stelle la definizione del soggetto da negare è già in circolo dentro il discorso pubblico e in particolare in quello giornalistico : il 2 maggio 2007 esce La casta, libro di denuncia dei privilegi della politica, scritto da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, giornalisti de Il Corriere della Sera, principale giornale dell’establishment italiano. Il successo del libro, la sua capacità di portare a sintesi il sentimento di distacco fra il potere e la vita delle persone, offre un nome al soggetto da negare. Come si vede qui il nome agisce per generalizzazione, facendo di tutta la politica, di ogni colore e sfumatura, e da tutta la classe dirigente, tanto amministrativa quanto economica, un soggetto unitario, marcato dal tratto dell’autoreferenzialità e del privilegio.

Al contrario, nel caso brasiliano, la definizione negativa mira sì a individuare un soggetto unitario ma individuale, non collettivo. Il discorso del “Contro Dilma, per il Brasile” agisce per particolarizzazione, attribuendo le colpe del fallimento della nazione al presidente in carica. In entrambi i casi quello che si ottiene è l’effetto di isolare un’unità integrale rispetto a una totalità che la contraddice, sebbene vada notato che mentre nel caso brasiliano la totalità che viene affermata è il “Brasile”, nel caso italiano, almeno inizialmente, questa totalità appare quasi indefinita e indistinta : puro luogo di negazione del negativo, la Casta, che piano piano si definisce prima come “la gente” e poi più positivamente come “i cittadini”.

Il ruolo costitutivo della negazione che una totalità esercita rispetto ad una unità integrale risulta chiaro negli esempi in positivo. Il primo può essere rappresentato dal movimento Occupy Wall Street il cui motto è “Noi siamo il 99 %”. Il potere è significativamente “uno” : unità integrale e isolata rispetto alla totalità che si afferma distinguendosi da essa. Il secondo è quello relativo al già citato variegato movimento indipendentista catalano. Uno dei suoi motti è “Facciamo Repubblica” (Fem Repùblica) : la repubblica è totalità collettiva che implicitamente nega la monarchia, caso paradigmatico di unità integrale, incarnata dal corpo singolo del Re.

45 :
 Su questo tema cf. E. Pozzi, Il carisma malato, Napoli, Liguori, 1992.

Come è stato efficacemente detto la totalità populista è sempre totalità meno uno. Tuttavia essa è un giano bifronte. Se da un lato si definisce come totalità meno uno, dall’altro lato, attraverso l’emersione del nome proprio del leader — che più che rappresentarla la incarna secondo una logica della “coinerenza metonimica”45 — essa si rivela contemporaneamente come una totalità più uno, o ancor meglio, la totalità di uno — “il partito di Berlusconi”, “il partito di Renzi”, “la Lega di Salvini”, “il Movimento di Grillo” — dimostrando che, a dispetto della retorica che vuole il popolo indistinto o paritario (“uno vale uno”, secondo il motto del Movimento 5 Stelle), l’unico che vale veramente uno è il leader, in quanto vale come corpo che ingloba ed esprime la totalità.

46 :
 J.M. Lotman e B.A. Uspenskij, Tipologia della cultura, Milano, Bompiani, 1975.

Concludendo l’esplorazione delle strategie di “definizione negativa” proprie del populismo vale la pena notare come dietro all’opposizione fra dominante e dominato si agiti un’opposizione ancor più profonda : attraverso la procedura di isolamento di un’unità integrale si crea infatti la distinzione fra l’altrui e il proprio, fra i valori scorretti e quelli corretti46. Questa dinamica, che rimane sottotraccia quando ad essere negato è il soggetto detentore di potere (la Casta, l’élite politica corrotta, Dilma, Wall Street, ecc.), si fa esplicita quando l’unità integrale da negare è lo straniero, che in realtà non ha potere : da Trump al Front National alla Lega la definizione del “popolo” è classicamente suscitata attraverso l’individuazione di un’alterità esterna che ne minaccia l’esistenza e i valori. Gli immigrati messicani o quelli africani, gli zingari o gli islamici : è solo negando qualcuno di questi altri — o un miscuglio unitario di queste alterità — intese come unità integrali che si crea di converso la possibilità di indicare una totalità indistinta come l’America, la Francia, gli italiani, della cui “identità” ci si può fare rappresentanti e difensori.

Per tutte queste ragioni questo meccanismo di definizione negativa, che si basa sulla negazione dell’esistente e/o alterità, ci fa parlare di un tratto di negatività fondante della politica populista.

Conclusioni

Come detto fin dall’introduzione, questo nostro tentativo d’individuazione dei tratti definitori del populismo non vuole essere un atto conclusivo quanto semmai un momento augurale di un lavoro da sviluppare. Piuttosto che anticipare un rilancio che andrà fatto altrove vorremmo dunque utilizzare queste conclusioni per una ulteriore problematizzazione di quanto fin qui detto, concentrandoci su due aspetti che ci paiono altamente delicati.

Il primo aspetto è di tipo metodologico e risponde al quesito, sfiorato in alcuni passaggi, circa la possibilità di scrivere analiticamente di fenomeni quali la vaghezza, l’implosione, l’estesia che sono per definizioni luoghi e momenti di crisi del senso, di destrutturazione dello spazio semiotico, di messa in movimento, fluidificazione, estesizzazione degli oggetti di studio.

47 :
 Cf. A.J. Greimas (1987), tr. it. Dell’Imperfezione, Palermo, Sellerio, 1988.
48 :
 Cf. A.J. Greimas e J. Fontanille (1991), tr. it. Semiotica delle passioni, Milano, Bompiani, 1996.
49 :
 Cf. Rischiare nelle interazioni, op. cit.

Al di là del problema della buona resa delle nostre ipotesi e argomentazioni — che rimane un fatto di nostra responsabilità e a carico delle nostre capacità — si agita infatti un problema ben più profondo, che in campo semiotico può essere riassunto con la doppia mossa di Algirdas J. Greimas davanti al problema di una semiotica dell’estesia e delle passioni. Come si sa, da un lato Greimas sviluppa i suoi ragionamenti sull’estesia e sull’incidente estetico in Dell’imperfezione, lasciando la parola alla letteratura, a quei luoghi simulacrali in cui il fatto estetico-estesico contemporaneamente viene messo in scena (dallo scrittore) e si manifesta, “accade” (per il lettore)47 ; dall’altro lato, tuttavia, nell’introduzione a Semiotica delle passioni rivede e implementa il metalinguaggio semiotico inserendo o riformulando concetti quali foria, timia, valenza, protensività48. Non solo. Landowski si pone lo stesso problema quando, nell’analizzare i percorsi accidentali e di aggiustamento del senso, costruisce non soltanto una nuova serie di esempi e corpus, ma anche un nuovo metalinguaggio in grado di rendere conto dei processi estesici tramite cui i soggetti sociali, interagendo tra loro “in presenza”, definiscono la propria identità (logica dell’unione, sensibilità reattiva e percettiva, ruolo catastrofico, ecc.)49.

Ora, ci pare che questa ben nota vicenda semiotica ci dica in modo indiretto qualcosa di interessante anche per il nostro lavoro. In primo luogo ci spinge a ricercare quei frammenti di vita politico-sociale che ci hanno toccato e che ancora ci toccano, quei passaggi che ci hanno esposto più o meno fortemente a quella crisi del senso, a quei meccanismi di vaghezza e implosione, che a posteriori possiamo analiticamente mettere sotto indagine. In secondo luogo ci ricorda che la sensibilizzazione di un qualunque campo semiotico — compreso il linguaggio della semiotica — si manifesta con uno slittamento linguistico che porta sulla scena tutta una terminologia corporea che fa del corpo un luogo sociale e della società stessa un corpo. Con tutti i rischi annessi e connessi. Come davanti all’affermazione “il personale è politico” : preludio a una rivoluzione di diritti, a una liberazione da gerarchie autoritarie, a una sensibilizzazione del politico, ma anche esposta ad una sorta di sguardo totalitario e totalizzante, senza residui e senza ripari dalla furia della politica.

La personalizzazione della politica, con i corpi dei leader resi spazi significanti e i corpi degli avversari resi bersaglio della comunicazione ; il linguaggio degli umori e dei malumori, con le pance dell’opinione pubblica chiamate in funzione veridittiva e la sessualità come linguaggio dominante nella traduzione politica del reale ; possono essere sintomi del momento-movimento populista, oggetti d’analisi semiotica, aspetti da tenere sotto controllo attraverso il metalinguaggio, campi semiopolitici su cui si gioca (o da cui si deve prendere le distanze per poter giocare) la partita per una semiopolitica democratica.

Il secondo aspetto è più esplicitamente semiopolitico. Come si è visto, non si è voluto cedere alla semplificazione del populismo come fatto puramente di destra (né puramente di sinistra), né come movimento-momento puramente distruttivo, benché i rischi a cui questo espone ci paiono chiari. Fatte queste premesse viene dunque da chiedersi, in primo luogo, a quali condizioni il populismo appaia e sia come una forma interna alla democrazia, un momento certo estremo ma in certi casi necessario della sua rigenerazione. O quantomeno della sua dinamizzazione. In secondo luogo, e infine, viene da domandarsi come, attraverso quali meccanismi semiopolitici, uno spazio democratico possa rigenerarsi in profondità senza per forza dover passare attraverso i rischi connessi al momento populista. Come, in altri termini si possa fondare o ri-fondare un popolo, uno spazio politico popolare, senza dover passare attraverso il momento-movimento populista.

Si tratta di problemi che a nostro avviso trovano risposta in specifiche analisi semiotico-culturali più che in affermazioni teoriche generali e onnicomprensive. Tuttavia riteniamo che l’individuazione di tratti da cui riconoscere il populismo e lo sviluppo di un ragionamento, da portare avanti, sulle processualità e le correlazioni interne a questi tratti possa aiutare a trovare risposte metodologicamente ben poste e socialmente utili.

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Notes haut de la page

1  Emblematico in proposito il titolo del recente libro di Marco Revelli, Populismo 2.0 (Torino, Einaudi, 2008).

2  Le più recenti introduzioni al populismo, siano esse di taglio sociologico o politologico, tendono anch’esse a evitare definizioni rigide preferendo individuare “logiche aperte” o “morfologie ristrette”, tale per cui il populismo avrebbe come caratteristiche costanti pochi tratti — ad esempio, l’anti-elitismo e l’anti-pluralismo — e poi si correlerebbe di volta in volta, di contesto in contesto, con gli aspetti ideologici più diversi. Cf. J.W. Müller, What Is Populism, Philadelphia, University of Pennsilvanya Press, 2016 ; C. Mudde e C. Rovira Kaltwasser, Populism. A Very Short Introduction, Oxford, Oxford University Press, 2017.

3  Cf. P. Demuru e P. Albertini, “La politica come semiosfera e la costruzione in campo delle identità : il caso del Partito Democratico”, Versus, 107-108 (Lo spazio della politica), 2009 ; P. Demuru, “Ficção seriada televisiva, jornalismo político e construção do real : hipóteses a partir de Greimas”, Significação. Revista de Cultura Audiovisual, vol. 44, 48, 2017 ; id., “Impeachment, bandeiras e futebol : o campo político brasileiro à luz da semiótica”, in Anais do Colóquio Internacional Greimas. Para uma semiótica das práticas, São Paulo, Centro de Pesquisas Sociossemióticas, 2017. F. Sedda, “L'emersione del nuovo o l'elogio della semplicità. Da Berlusconi a Papa Francesco, passando per Bersani, Grillo e Renzi'”, in Isabella Pezzini e Lucio Spaziante (a cura), Corpi mediali. Semiotica e contemporaneità, Pisa, ETS, 2014 ; id., “La fatìca della fàtica : interazioni mediali, questioni semiopolitiche”, Intexto, 37, 2016 ; id., “Imprevedibile Franciscus”, in Anna Maria Lorusso e Paolo Peverini (a cura), Il racconto di Francesco. La comunicazione del Papa nell’era della connessione globale, Roma, LUISS University Press, 2017 ; id., “L’aspetto della nazione. Divenire, tempo e storia in un caso di negazione nazionale”, Lexia, 25 (Semiotica dell’aspettualità, in corso di pubblicazione), 2017.

4  Cf. E. Landowski, Rischiare nelle interazioni (2005), tr. it. M.C. Addis, Milano, FrancoAngeli, 2010.  

5  Cf. E. Laclau, On populist reason, London, Verso, 2005.

6  Cf. E. Landowski, “O Olhar comprometido”, Galáxia, 2, 2001. G. Marrone, Corpi Sociali, Torino, Einaudi, 2001. F. Sedda, Tradurre la tradizione. Sardegna : su ballu, i corpi, la cultura, Roma, Meltemi, 2003 ; id., “Imperfette traduzioni”, introduzione a Jurij M. Lotman, Tesi per una semiotica delle culture, Roma, Meltemi, 2006 ; id., La vera storia della bandiera dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2007 ; id., Imperfette traduzioni. Semiopolitica delle culture, Roma, Nuova Cultura, 2012. P. Demuru, Essere in gioco. Calcio e cultura tra Brasile e Italia, Bologna, Bononia Universitu Press, 2014.

7  E. Laclau, op. cit., p. xi.  

8  Cf. C. Paolucci, “Modelli di analisi non testuale di una semiotica interpretativa delle culture. Il caso del Partito Democratico, Versus, 107-108, 2009 ; P. Demuru e M. Albertini, op. cit.

9  http://www.treccani.it/vocabolario/maanchismo_%28Neologismi%29/

10  http://www.rtl.fr/actu/politique/emmanuel-macron-c-est-monsieur-et-en-meme-temps-analyse-alba-ventu ra-7787503729

11  https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2015/03/09/la-ridicola-appropriazione-indebita-di-gramsci-don-milani-montessori

12  http://www.lemonde.fr/election-presidentielle-2012/article/2012/02/18/a-lille-jean-marie-le-pen-fait-son-show-et-cite-robert-brasillach_1645347_1471069.html

13  U. Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, Milano, Bompiani, 1984, p. 225.

14  Cf. L. Bianchi, La gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, Roma, Minimum Fax, 2017.

15  D. Giglioli, “La gente perde, il popolo vince”, La Lettura, 315, 10 dicembre 2017, p. 29.

16  Abbiamo ripreso e sviluppato questo aspetto in F. Sedda, “Semiotics of Culture(s). Basic Questions and Concepts”, in P. Trifonas (ed.), International Handbook of Semiotics, Berlin, Springer, 2015, pp. 675-696.

17  C. Lasch, La ribellione delle élite, Milano, Feltrinelli, 1995, pp. 86-87.

18  Cf. E. Laclau, op. cit.

19  Sul tema di una politica (e un’analitica) progressista dell’articolazione / assemblaggio si vedano fra gli altri S. Hall, “On postmodernism and articulation”, Journal of Communication Inquiry, 10 (2), 1986, pp. 45-60 ; J. Clifford, “Taking Identity Politics Seriously : ‘The Contradictory, Stony Ground…’ ”, in P. Gilroy, L. Grossberg, A. McRobbie, Without Guarantees : In Honour of Stuart Hall, London, Verso, 2000, pp. 94-112 ; J. Clifford, On the Edges of Anthropology, Chicago, Prickly Paradigm Press, 2006 ; S. Sassen, Territory, authority, rights. From Medieval to Global Assemblages, Princeton, Princeton University Press, 2006 ; J. Butler, Notes Toward a Performative Theory of Assembly, Cambridge, Harvard University Press, 2015. Sul complesso e tuttavia necessario rapporto che il progressismo contemporaneo, e la democrazia più in generale, intrattiene con il tema dell’apertura, si veda A. Ferrara, Democrazia e apertura, Milano, Mondadori, 2011.

20  http://www.beppegrillo.it/2010/10/la_semplicita_e_rivoluzionaria.html

21  http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/02/24/news/il-discorso-integrale-di-matteo-renzi-al-senato-1.154748

22  V. Turner, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, Brescia, Morcelliana, 1972 ; id., Dal rito al teatro, Bologna, Il Mulino, 1986.

23  Cf. F. Sedda, Imperfette traduzioni, op. cit. ; id., “L'emersione del nuovo o l'elogio della semplicità”, art. cit. ; P. Demuru e M. Albertini, “La politica come semiosfera”, art. cit.

24  E. Landowski, Rischiare nelle interazioni, op. cit.

25  Cf. A.J. Greimas e J. Fontanille, Semiotica delle passioni (1991), tr. it. Milano, Bompiani, 1996.

26  Riprendiamo e rielaboriamo qui l’idea sviluppata in E. Landowski, “Régimes de présences et formes de popularité”, in id., Présences de l'autre, Paris, PUF, 1997.

27  M. Revelli, op. cit., p. 10.

28  Cf. J.M. Lotman, La cultura e l'esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità, tr. it., Milano, Feltrinelli, 1993.

29  Cf. F. Sedda, “Imperfette traduzioni”, art. cit. ; id., Semiopolitica delle culture, op. cit.

30  U. Eco, A passo di gambero,Milano, Bompiani, 2006

31  B. Anderson, Imagined Communities, London, Verso, 1983.

32  Cf. E. Landowski, Présences de l’autre, Paris, PUF, 1997 ; id., Rischiare, op. cit.

33  J. Butler, Notes Toward a Performative Theory of Assembly,Cambridge, Harvard University Press, 2015.

34  Ibid, pp. 1-2.

35  E. Landowski, Passions sans nom, Paris, PUF, 2003.

36  Per quanto riguarda il caso brasiliano, si vedano, in particolare : M.P. Piotto, “São Paulo, a metrópole das manifestações juninas”, in Caderno de Discussão do Centro de Pesquisas Sociossemióticas, São Paulo, Centro de Pesquisas Sociossemióticas, 2013 ; A.M. Bueno e L. Cotrim, “Manifestações de junho de 2013 : ocupações, práticas e interações na cidade”, in A.C. de Oliveira (a cura), São Paulo e Roma : práticas de vida e sentido, São Paulo, Estação das Letras e Cores, 2017.

37  G. Didi-Huberman, Images malgré tout, Paris, Minuit, 2004.

38  Su questi temi cf. E. Landowski, “Frontières du corps : faire signe, faire sens” e “En deçà ou au-delà des stratégies : la présence contagieuse”, Caderno de discussão (VI e VII), Centro de Pesquisas Sociosemióticas, São Paulo, PUC-CPS, 2000 e 2001. Testi ripubblicati in Passions sans nom, op. cit.

39  Cf. P. Fabbri, “Est iniura in verbis”, Il Verri, 35, 2014 ; F. Sedda, “L'emersione del nuovo o l'elogio della semplicità”, op. cit.

40  Cf. F. Sedda, “Imprevedibile Franciscus”, op. cit.

41  Queste argomentazioni si saldano evidentemente con quelle relative alla nebulosità del modo simbolico, richiamate attraverso Umberto Eco, nella parte relativa alla vaghezza. Tuttavia qui va notato con Lotman e gli altri studiosi russi che dialogano con il già citato Victor Turner, come proprio per questa sua ridiscesa verso uno spazio vago, foriero di “legami inattesi”, saturo d’“imprevedibilità”, il simbolo si dia come “lega di forze” e strumento di “mobilitazione d’energie”. Cf. J.M. Lotman, “Il simbolo nel sistema della cultura” (1987) e J.M. Lotman et al., “Osservazioni preliminari sul problema : emblema-simbolo-mito nella cultura del XVIII secolo” (1987), in Il simbolo e lo specchio. Scritti della Scuola Semiotica di Mosca-Tartu, a cura di R. Galassi e M. De Michiel, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1997. Può essere interessante notare che di recente, in un’antropologia dei mercati finanziari e dei prodotti derivati, Arjun Appadurai ha sviluppato una serie di riflessioni che legano rischio, contingenza radicale, effervescienza collettiva, energia carismatica. Cf. A. Appadurai, Scommettere sulle parole. Il cedimento del linguaggio nell’epoca della finanza derivata, Milano, Raffaello Cortina, 2016, pp. 112-113.

42  Questa è la formula coniata da Revelli per identificare e criticare il populismo renziano. Cf. M. Revelli, Dentro e contro. Quando il populismo è di governo, Roma-Bari, Laterza, 2015.

43  B. Severgnini, La pancia degli italiani. Berlusconi raccontato ai posteri, Milano, RCS, 2010.

44  E. Laclau, op. cit, p. 218.

45  Su questo tema cf. E. Pozzi, Il carisma malato, Napoli, Liguori, 1992.

46  J.M. Lotman e B.A. Uspenskij, Tipologia della cultura, Milano, Bompiani, 1975.

47  Cf. A.J. Greimas (1987), tr. it. Dell’Imperfezione, Palermo, Sellerio, 1988.

48  Cf. A.J. Greimas e J. Fontanille (1991), tr. it. Semiotica delle passioni, Milano, Bompiani, 1996.

49  Cf. Rischiare nelle interazioni, op. cit.

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Paolo Demuru et Franciscu Sedda. «Da cosa si riconosce il populismo. . Ipotesi semiopolitiche», Actes Sémiotiques [En ligne]. 2018, n° 121. Disponible sur : <http://epublications.unilim.fr/revues/as/5963> (consulté le 23/04/2018)